Nello scorso articolo, parlando delle statistiche relative al pubblico del nostro sito web che Google Analytics ci offre, ho citato la frequenza di rimbalzo. La mia serie di post su Analytics è nata in risposta alla domanda di una lettrice che mi aveva chiesto quali fossero le statistiche più importanti da tenere d’occhio: anche se continuerò a sostenere che i dati “più importanti” dipendono dal tipo di sito web che abbiamo, possiamo comunque dire che la frequenza di rimbalzo è una delle poche statistiche universalmente rilevanti.

Frequenza di rimbalzo

La frequenza di rimbalzo, o per dirla all’inglese il bouncing rate, è un valore percentuale che ci racconta quante visite al nostro sito sono state una vera e propria toccata e fuga: l’utente è atterrato su una nostra pagina ed ha abbandonato il nostro sito dalla stessa pagina da cui è entrato, senza curiosare in giro o interagire in alcun modo col resto. La percentuale è calcolata dividendo il numero di volte in cui la pagina di entrata è stata l’unica pagina vista nella visita (Visite di Rimbalzo) per il numero di visite totalizzate nel periodo in esame (Visite).

Tutto è relativo: non è detto che avere una frequenza di rimbalzo elevata sia “sbagliato”. Un sito come Wikipedia, ad esempio, avrà una frequenza di rimbalzo elevatissima perché tendenzialmente un utente atterra sulla pagina rispondente alla propria ricerca, si informa a dovere e poi abbandona il sito; lo stesso discorso potrebbe valere per un sito di annunci: è possibile che gli utenti guardino l’annuncio, si segnino le informazioni essenziali (numero di telefono e indirizzo mail) e poi abbandonino il sito.

Se non rientrate in queste casistiche, però, il motivo di una frequenza di rimbalzo elevata è da cercarsi altrove. Innanzitutto controllate anche la Durata delle sessioni: trovate questa informazione in Analytics, nella sezione Pubblico, sottosezione Comportamento, alla voce Coinvolgimento.

Durata sessioniCome potete vedere nell’immagine che ho caricato a titolo di esempio, il sito in questione – per onor di cronaca aperto da poco – registra un sacco di sessioni di durata inferiore ai 10 secondi. Come vedete, per altro, il numero di sessioni e il numero di visualizzazioni di pagina in quel caso coincidono, proprio perché chi arriva evidentemente non ha alcun motivo per restare dov’è arrivato né per andare a curiosare in giro: per capire di essere nel posto sbagliato bastano pochi secondi, effettivamente!

Quali sono i motivi per cui solitamente gli utenti scappano da un sito, generando un’elevata frequenza di rimbalzo?

Uno – fisiologico – l’abbiamo visto prima: quando il tipo di informazione che l’utente ricerca è immediatamente reperibile. Questo dipende sia dal tipo di sito (ad esempio Wikipedia) sia dalla bravura dell’utente nell’effettuare una ricerca: se ad esempio digitassimo su Google “pizzeria anna torino contatti”, e Anna avesse costruito bene il suo sito, atterreremmo immediatamente sulla sua pagina Contatti e troveremmo subito il numero di telefono del locale, senza saltellare qua e là tra le diverse pagine del suo sito.

Un altro motivo – strutturale – riguarda i siti composti da una sola pagina: Analytics infatti non registra visualizzazioni multiple della pagina, a meno che gli utenti non la ricarichino; per questa ragione i siti composti da una sola pagina tendono a registrare una frequenza di rimbalzo elevata.

Un ulteriore motivo – comportamentale – è da ricercarsi nei (rari) casi in cui gli utenti salvino tra i preferiti una determinata pagina del nostro sito, l’unica che consultano periodicamente: se un utente, infatti, aggiunge una pagina del nostro sito ai segnalibri, la apre e successivamente esce, tale sequenza di operazioni viene considerata da Analytics come un rimbalzo.

Google suggerisce anche un possibile errore di implementazione: potremmo esserci dimenticati di aggiungere il codice di monitoraggio a tutte le pagine del nostro sito, per cui è opportuno verificare di aver fatto tutto come si deve, seguendo una apposita guida.

Da qui in poi sono solo dolenti note: le ragioni di un bouncing rate elevato, a questo punto, possono essere:

  • scarsa pertinenza delle pagine web rispetto alle keyword per cui sono visibili nei motori di ricerca;
  • errata individuazione del target di riferimento, per cui arrivano al nostro sito persone non interessate ai nostri argomenti (e questo è riconducibile al punto precedente, ma anche alle eventuali promozione sui canali social!);
  • pessima user experience, a sua volta riconducibile ad una grafica non accattivante, una pessima navigabilità, a contenuti di scarso valore o alla lentezza del sito;
  • assenza di coerenza tra l’annuncio AdWords e la relativa pagina di atterraggio;
  • assenza di link interni, per cui il visitatore non ha alcuna possibilità di navigare nel sito in quanto la pagina in cui si trova non è collegata a nessun altra pagina.

Come abbassare la frequenza di rimbalzo?

Se avete letto fin qui, saprete già rispondere alla domanda. Se la vostra frequenza di rimbalzo non è alta per ragioni fisiologiche, strutturali o per errori di implementazione, potete attivarvi per abbassarla! Come?

Una delle prime cose da fare è identificare le pagine di uscita principali, cioè quelle da cui gli utenti (letteralmente) scappano. Tanto per cambiare, a dirci quali sono è Analytics: troviamo l’informazione nella sezione Comportamento, sottosezione Contenuti del sito, alla voce Pagine di uscita. Cliccando sull’intestazione della quarta colonna della tabella, “% uscita“, otterremo l’elenco delle pagine del nostro sito, in ordine decrescente di “potere di far scappare gli utenti”.uscita

Sarà opportuno, a quel punto, lavorare sui contenuti delle nostre pagine, partendo da quelle con percentuali di uscita più elevate, ma arrivando anche a tutte le altre. Ebbene sì, è opportuno fare un po’ di buona SEO! L’ottimizzazione dei contenuti, se fatta non per i motori di ricerca ma per i vostri utenti, farà sì che chi viene a trovarvi trovi esattamente ciò che stava cercando (e a quel punto sarà molto più probabile che decida di restare!).

Non trascurate l’aspetto del sito: una grafica accattivante e una velocità di caricamento accettabile sono importanti tanto quanto dei buoni contenuti!

Inoltre, curate l’accessibilità e la navigabilità del sito dal punto di vista strutturale: ogni pagina del sito deve contenere dei link interni in modo da consentire all’utente gli spostamenti. Non fate innervosire un utente che vuole tornare alla Home dimenticandovi di inserire il link apposito: sappiate che, in caso contrario, il clic sulla X in alto a destra è assicurato! Ricordate inoltre che una buona rete di link interni, oltre a favorire la navigazione dei visitatori, ci consente di mantenere vive quelle sezioni del sito che altrimenti finirebbero nel dimenticatoio.

Tutto chiaro? Alla prossima settimana per la prossima tappa di Analytics!

Teresa Principato
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Teresa Principato

Classe 1986, torinese. Laureata con lode in Relazioni pubbliche e reti mediali, mi sto specializzando in Social Media e Digital Marketing. Dopo diversi anni in alcune società di consulenza, ho deciso di fare delle mie passioni il mio lavoro: mi interesso di Comunicazione, Web Marketing, Social Media, SEO e altre cose che si mangiano.
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Frequenza di rimbalzo: cos’è e come abbassarla!
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